Abbiamo intervistato Michele Tiraboschi, professore di diritto del lavoro all’Università di Modena e Reggio Emilia, presidente di ADAPT (Associazione italiana per gli studi internazionali e comparati in diritto del lavoro e relazioni industriali) e direttore del Centro Studi Internazionali e Comparati “Marco Biagi”, sulla Garanzia Giovani, il Piano nazionale rivolto a tutti i giovani tra 15 ed i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono impegnati in nessun percorso formativo .

 

Professor Tiraboschi, perché Garanzia Giovani non sta funzionando come era nelle aspettative?

Tanti annunci e tante promesse, ma nel nostro Paese manca la capacità di ascoltare, di progettare, di “fare”. Si sono organizzati convegni, si è promosso qualche modesto spot pubblicitario – che mai i ragazzi vedranno – e si sono poste le basi per riattivare la storica polemica tra Stato e Regioni sulle colpe della inefficienza dei nostri Centri per l’impiego. La lista di intese, protocolli, piani di attuazione è infinita. Si firma a ogni livello: nazionale, regionale, locale. Senza però che alle parole seguano i fatti. E così una azienda che voglia dare una vera occasione a un giovane, ancora oggi non riesce a capire se i fondi a disposizione siano attivi o no. Anche nel migliore dei casi, poi, la complessità per accedere agli stanziamenti è tale che il più delle volte viene voglia di lasciar perdere. A farne le spese sono i ragazzi, li abbiamo messi in fila dietro una porta, senza dare loro una risposta. Non sanno cosa attendersi perché nemmeno noi a sei mesi dal lancio abbiamo davvero capito cos’è Garanzia Giovani. È come se li avessimo imbarcati in un aereo e un certo punto gli dicessimo che la cabina di pilotaggio è vuota e che la voce rassicurante del capitano che sentivano era solo un messaggio registrato. Quale ci aspettiamo possa essere la loro reazione? Abbiamo messo in conto che gli effetti di questo piano potrebbero essere per loro tutt’altro che benefici? Io credo di no. E questo perché siamo troppo impegnati a parlare di loro, mentre parliamo troppo poco con loro. Se li ascoltassimo capiremo che hanno bisogno più che di un piano burocratico, di non essere lasciati soli, di guide, di punti fermi e di esempi da seguire. Nella Raccomandazione Europea, l’apprendistato viene individuato quale strada maestra per realizzare gli obiettivi di Garanzia Giovani. Esso viene visto come leva di placement: dove la formazione sul campo è al contempo strumento di selezione e di occupabilità. L’apprendistato si regge su un rapporto di apprendimento reciproco tra maestro e allievo che consente ai ragazzi di imparare facendo, di avere una guida da cui imparare, e alle aziende di innovarsi assorbendo le energie, le intuizioni dei giovani. Nel nostro Paese non lo si è capito: solo il 4,2% delle risorse di Garanzia Giovani sono state investite in apprendistato, condannando così il sistema al fallimento.

 

Secondo i dati elaborati dal Rapporto Giovani, gli under30 conoscono poco il Piano: il 45% dichiara di non saperne nulla e il 35% di averne sentito vagamente parlare. Meno di un giovani su cinque lo conosce abbastanza bene (14%) o molto bene (5%). Anche tra i Neet, la categoria su cui il Piano dovrebbe prima di tutto intervenire, la percentuale di chi lo conosce abbastanza o molto bene risulta molto bassa (attorno al 22%). Cosa ne pensa?

Questi dati possono essere letti da diversi punti di vista. In primo luogo evidenziano un problema di comunicazione, nonostante i numerosi fondi spesi a tale scopo. Che circa la metà dei giovani italiani non conosca questo strumento significa che non ha avuto la diffusione annunciata, non solo sui canali nazionali, ma anche e soprattutto su quelli locali. Possiamo però estrapolare un secondo ordine di riflessioni a partire da questi dati: uno dei problemi dei giovani italiani è l’inattività. Sappiamo infatti che circa l’85% dei giovani è senza lavoro e non lo sta cercando. Certo, molti sono a scuola, ma il dato resta comunque molto basso rispetto alla media europea e internazionale. Per questo è probabile che la scarsa conoscenza del piano Garanzia giovani sia data anche dal fatto che pochi di loro cercano un lavoro e, quando lo fanno, non passano dai canali istituzionali, che potrebbero parlagli del piano, ma da una rete di conoscenze e passaparola che oggi non è più in grado di consentire un vero incontro tra domanda e offerta.

 

Nel dibattito sul mercato del lavoro si parla molto di Art.18, molto meno di Garanzia Giovani: perché?

Il dibattito italiano sul mercato del lavoro risente molto di categorie ideologiche ancora presenti nella mentalità comune. I media non aiutano su questo, continuando ad incentrare articoli, commenti e polemiche sul tema dei licenziamenti quando ormai è un problema più che secondario. Penso che si parli poco di Garanzia giovani perché non si è colta la vera portata del piano, ossia che non è solo una serie di incentivi per l’assunzione dei giovani, ma una vera sfida per aumentarne l’occupabilità. È come se nel dibattito non si riuscisse mai ad andare oltre una visione di superficie, si parla infatti molto di politiche attive del lavoro, accusando l’Italia di non svilupparle a dovere, ma non appena ci viene offerta (con Garanzia giovani) la possibilità e la copertura finanziaria per metterle in pratica tutto tace, e nessuno se ne interessa.

 

Lei ha scritto che a fare le spese del malfunzionamento di Garanzia Giovani saranno gli stessi under30 italiani. Un’occasione perduta per le nuove generazioni? E che conseguenze ci saranno?

Al momento i giovani stanno già pagando il malfunzionamento del piano. Circa 150mila dei 200mila iscritti al piano non sono ancora stati contattati neppure per un primo colloquio informativo, questo porta ad un aumento della sfiducia nei confronti delle istituzioni e del mercato del lavoro stesso. Non giustifico certo il gran numero di giovani inattivi ma credo che mettere decine di migliaia di ragazzi in fila davanti ad una porta chiusa non sia stata una scelta saggia. Credo che il fallimento di Garanzia giovani sarebbe un’occasione perduta soprattutto per il nostro Paese, oltre che per la generazione degli under 30. Come ho detto, infatti, il piano europeo è, e rimane, una delle più grandi opportunità per modernizzare il sistema delle politiche attive del lavoro. Senza canali che sappiano aiutare l’incontro tra domanda ed offerta è difficile pensare che la presenza di incentivi economici possa da sola favorire l’aumento di occupazione. La conseguenza più grave sarebbe proprio quella di aumentare il numero di giovani che hanno studiato ma che non riescono a trovare imprese e realtà pronte ad investire su di loro.

 

Adapt e Repubblica degli Stagisti hanno promosso un monitoraggio online sulla Garanzia Giovani. Come sta andando? E quali dati emergono?

Il sondaggio è iniziato da pochi giorni e l’andamento è molto positivo. Al momento possiamo rilevare come l’attuazione di Garanzia giovani nelle diverse zone d’Italia si stia svolgendo in un clima di grande confusione. Dalle prime storie raccolte abbiamo racconti grotteschi di giovani la cui iscrizione al piano è stata cancellata inspiegabilmente dopo alcune settimane, giovani a cui è stato chiesto di trovare loro aziende presso cui farsi assumere, zone d’Italia nelle quali non è presente nessuna impresa che ha presentato offerte di lavoro tramite il piano europeo. Ci auguriamo che le testimonianze dei giovani possano spronare regioni e Ministero a un miglior funzionamento del piano, a partire dal portale nazionale, rispetto al quale ADAPT ha presentato un decalogo per risolvere numerosi problemi riscontrati.