NON AVERNE E’ CONSIDERATO UN LIMITE PER LA REALIZZAZIONE PERSONALE DA OLTRE L’80% DEI GIOVANI. MA SOLO IL 52,7% SI ASPETTA DI RIUSCIRE AD AVERNE DUE O PIU’

È progressivamente aumentata, più in Italia che nel resto d’Europa, l’accettazione della possibilità di non avere figli o averne solo uno.

I dati dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo

L’ITALIA È IL PAESE CHE PIU’ CONTRIBUISCE ALLE BASSE NASCITE IN EUROPA 

L’Italia presenta livelli analoghi al resto d’Europa sui desideri e le preferenze riguardo al numero di figli (in media attorno a 2), ma si ritrova con il più basso numero effettivamente realizzato: sceso negli ultimi anni sotto 1,3, contro una media europea vicina a 1,6, mentre il valore più alto è quello francese pari a 1,9.

Il valore attuale italiano risulta anche sotto il livello previsto dall’Istat all’inizio di questo decennio (proiezioni con base 2011), che avrebbe dovuto essere nel 2018 pari a 1,45 nello scenario mediano e comunque non sotto 1,4 nello scenario peggiore (mentre, appunto, in realtà è sceso sotto l’1,35). 

L’Italia si ritrova con un numero medio di figli per donna ai livelli più bassi in Europa, ma presenta anche (come esito della denatalità passata) una maggior riduzione delle stesse donne in età riproduttiva. La combinazione di questi due aspetti porta a un crollo accentuato delle nascite.

Se si confrontano i grandi paesi europei, si nota come negli ultimi cinque anni le nascitesiano rimaste pressoché costanti nel complesso dell’Unione europea. Sono, invece, sensibilmente aumentate in Germania (paese che sta risollevando la sua natalità dai livelli bassi del passato), mentre Francia e Regno Unito mostrano una perdita moderata ma partendo da livelli elevati di natalità. 

Italia e Spagna, invece, si trovano sia su bassi livelli di natalità ma anche in fase di ulteriore contrazione. La riduzione maggiore è comunque quella del nostro paese che risulta essere quello che in valore assoluto sta contribuendo maggiormente al calo delle nascite in Europa.Nel 2018, l’ultimo anno completo a disposizione, le fonti Istat registrano meno di 440 mila nascite, una riduzione pari a oltre 74 mila bambini dal 2013. 

AVERE UN FIGLIO IN ITALIA: UN DESIDERIO CHE RIMANE DEBOLE SE NON INCORAGGIATO 

Se il 2018 si conferma l’anno peggiore sulle nascite italiane sia nei confronti della storia passata del paese sia rispetto al quadro europeo, indicazioni interessanti sull’atteggiamento verso la scelta di avere un figlio derivano dai dati inediti di un’indagine internazionale promossa a luglio dello stesso anno dall’ Osservatorio dell’Istituto Toniolo (su giovani tra i 20 e i 34 anni) ed elaborati in ottica comparativa. 

I dati evidenziano che solo una stretta minoranza (il 17,8%) dei giovani intervistati non considera per nulla l’arrivo di un figlio come un traguardo positivo nella propria vita e la propria realizzazione come persona. È, però, interessante osservare che tale dato scende al 13.2% tra i laureati, mentre risulta pari a 16,9% per chi ha concluso le superiori, e sale ben al 21,7% per chi ha titolo più basso

Questo suggerisce il fatto che la disponibilità ad accettare la rinuncia ad avere figli è legata anche alle risorse socioculturali ed alla difficoltà di inserire la maternità e la paternità in un percorso positivo di proprio sviluppo personale. I giovani in condizioni più svantaggiate, in un contesto di bassa mobilità sociale, si trovano quindi schiacciati in un presente con basse prospettive che porta non solo a ridurre gli obiettivi raggiungibili ma anche il valore assegnato ad essi (minimizzando così il costo psicologico del non raggiungerli).

Proiettandosi nel futuro, a 45 anni, il 21,9% dei giovani pensa che non avrà figli, ma il dato è pari al 16,5% per chi ha titolo di studio alto e sale a ben il 29,6% per chi si è fermato alla scuola dell’obbligo. “Non è tanto il primo valore a essere particolarmente confortante – secondo Alessandro Rosina, demografo e coordinatore scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, ma il secondo ad essere particolarmente negativo. Come se i primi (laureati) si sentissero nelle condizioni di poter scegliere o meno, mentre per i secondi (i meno istruiti) si stia consolidando sempre più la convinzione di dover accettare già in partenza la rinuncia».

Quanti figli pensi avrai a 45 anni?

 TuttiUominiDonne
Nessuno21,9%23,9%20,0%
Uno25,4%28,3%22,4%
Due46,6%42,1%51,1%
Tre o più6,1%5,7%6,5%

Fonte: Osservatorio Giovani Istituto Toniolo 

Valore personale attribuito all’avere figli. Percentuale di chi ha risposto da 6 in su (in scala da 1 a 10 in base al grado crescente di importanza). Dati italiani

Genere%
Donne55,3
Uomini52,1
  
Titolo di studio
Laurea59,8
Diploma 4-5 anni57,2
Titolo più basso44,9

Fonte: Osservatorio Giovani Istituto Toniolo 

UN CONFRONTO CON GLI ALTRI PAESI SUL VALORE DELLA SCELTA DI AVERE FIGLI

Il confronto con Francia e Germania è di particolare utilità. La Francia è il paese che mantiene la più alta propensione ad avere figli in Europa, mentre la Germania, pur con bassa propensione è il paese che ha visto una maggior crescita delle nascite a seguito di un potenziamento delle politiche familiari.

Alla richiesta di indicare il numero di figli che si pensa si arriverà ad avere a 45 anni, risulta più bassa per i giovani francesi la convinzione di dover rinunciare del tutto o accontentarsi di averne solo uno. La Germania presenta il valore più elevato di chi si immagina senza figli (24,8% rispetto al 21,9% dell’Italia e al 19,7% della Francia). Mentre l’Italia presenta il valore più alto di chi pensa di fermarsi ad un solo figlio(25,4%, contro il 20,3% della Germania e il 18,2% della Francia).Se però si passa a considerare il valore assegnato a tale scelta il quadro diventa più articolato.

Ad assegnare una elevata importanza dell’avere figli per una realizzazione personale è il 29% dei giovani italiani, seguiti dal 26,2% dei tedeschi e 25,2% dei francesi. I francesi recuperano però su chi assegna una importanza medio-elevata e contenendo la quota di chi assegna una importanza bassa (18,0% contro il 25,4% della Germania e il 26,3% dell’Italia).

Questo significa che la Francia si trova ad avere una fecondità più elevata e un numero di giovani con visione più positiva sul numero di figli che avrà in futuro, non perché sia più forte il desiderio di averne, ma perché esiste un consolidato clima culturale a favore delle nascite come bene collettivo, che risulta protettivo rispetto alla rinuncia netta della scelta di avere figli. Inoltre, il coerente impegno tradizionale a sostegno della natalità rafforza la possibilità di trasformare anche i desideri tiepidi in progetti da realizzare.

La Germania ha tradizionalmente una maggiore quota di convinti childfree (persone non interessate ad avere figli), ma l’impegno degli ultimi anni sul rilancio delle politiche familiari tende a favorire le scelte riproduttive anche di chi ha un atteggiamento moderatamente positivo. 

La fecondità italiana – in carenza sia di un clima culturale favorevole, sia di politiche tradizionalmente solide e continue, sia di segnali chiari di investimento su misure efficaci – maggiormente che negli altri paesi avanzati fa affidamento a chi assegna un forte valore personale a tale scelta.

I fortemente motivati sono comunque una parte minoritaria della popolazione. Una percentuale rilevante, soprattutto tra i giovani con percorsi formativo-lavorativi più fragili, posiziona su livello molto basso il valore come realizzazione personale di tale scelta. Inoltre, chi ha posizioni intermedie (come valore e motivazioni) tende più facilmente a scivolare verso la rinuncia che verso la piena realizzazione, in particolare fermandosi al figlio unico.

Numero di figli che ci si aspetta di avere a 45 anni. Confronto con Francia e Germania

 FranciaGermaniaItalia
Nessuno19,7%24,8%21,9%
Uno18,2%20,3%25,4%
Due43,5%43,4%46,6%
Tre15,6%9,1%5,2%
Più di tre3,1%2,4%0,9

Fonte: Osservatorio Giovani Istituto Toniolo

«La scelta di avere un figlio seppur desiderata dalla grande maggioranza delle persone, anche tra le nuove generazioni, è comunque in larga parte non data per scontata – ha commentato Alessandro Rosina, coordinatore scientifico della ricerca -.  Nonostante la preferenza sul numero di figli sia vicina a due, è progressivamente aumentata, più in Italia che nel resto d’Europa, l’accettazione della possibilità di non averne o averne solo uno.  Inoltre, tale scelta è sempre più condizionata alle prospettive lavorative. Non tanto perché la realizzazione professionale in sé è considerata più importante, ma soprattutto perché la scelta di mettere al mondo un figlio la si vuole legare a effettive condizioni di benessere familiari presenti e di contesto sociale favorevole alla sua crescita futura. In assenza di politiche adeguate che diano un segnale forte e avviino un processo coerente di miglioramento delle prospettive occupazionali delle nuove generazioni e di potenziamento dei servizi di conciliazione tra lavoro e famiglia, il rischio è che la scelta di avere un figlio rimanga sempre più limitata a chi ha proprie motivazioni forti e appartiene alle classi sociali più benestanti”.

In un contesto sociale di bassa mobilità sociale e di incertezza nei confronti della crescita del paese, i dati presentati mostrano come soprattutto i giovani che appartengono alle classi sociali più basse tendano a mettere sempre più in conto la rinuncia ad avere figli e a ridurre il valore assegnato a tale scelta.

Qui il comunicato stampa.