di Vanna Iori
Da anni sostengo, e l’ho scritto fin da Lo spazio vissuto, che lo spazio non è mai una cornice neutra dell’esperienza educativa. È una dimensione costitutiva. Ogni relazione, ogni processo di crescita, ogni incontro tra un adulto e un adolescente si gioca in un luogo, e quel luogo parla, contiene, oppure esclude. Quando manca uno spazio pensato per i giovani, non manca semplicemente un servizio. Manca una possibilità di esistere insieme ad altri, di misurarsi, di essere riconosciuti. Per questo il tema degli spazi di aggregazione giovanile, di cui in questi mesi si torna finalmente a discutere, non riguarda l’urbanistica o l’organizzazione del tempo libero. Riguarda l’educazione nel suo nucleo più profondo.
I dati raccontano una carenza che dura da tempo. In Italia i centri di aggregazione giovanile raggiungono in media 11 ragazzi ogni mille minorenni residenti, con differenze territoriali enormi: nel nord est il rapporto sale oltre le 26 presenze ogni mille, in altre aree del Paese resta molto più basso. Sono circa 110mila i minorenni che oggi frequentano un centro di aggregazione in tutta Italia, un numero che parla di un diritto esercitato solo da una minoranza, mentre per la maggior parte dei ragazzi quello spazio semplicemente non esiste, o non è raggiungibile. La legge 285 del 1997 aveva aperto una stagione di investimento su questi luoghi, spostando lo sguardo da una logica emergenziale, di contenimento del disagio, a una logica di promozione del benessere. Quella stagione, in troppi territori, si è interrotta o non è mai davvero cominciata.
Colpisce, in questo scenario, la sproporzione tra l’attenzione mediatica riservata agli adolescenti come problema e l’investimento reale nei luoghi che potrebbero accompagnarli. Ne scrivevo di recente: i giornali raccontano quotidianamente ragazzi dipendenti dai social, violenti, incapaci di riconoscere le proprie emozioni, e questa povertà emotiva diffusa è certamente reale e allarmante. Ma accanto a questa narrazione ce n’è un’altra, meno raccontata, fatta di adolescenti che cercano relazioni, che si mettono in gioco nel volontariato, che chiedono di contare qualcosa per qualcuno, quello che la ricerca chiama mattering. Gli adulti che parlano dei giovani solo con sfiducia raramente si chiedono se abbiano offerto loro un luogo dove questa ricchezza possa manifestarsi. Non si combatte l’analfabetismo emotivo con un allarme sociale. Lo si combatte con contesti quotidiani in cui le emozioni possano essere nominate, condivise, elaborate insieme ad altri.
È qui che lo spazio diventa pedagogia. Non un contenitore in cui parcheggiare il tempo libero degli adolescenti, ma un dispositivo che struttura le relazioni possibili al suo interno. Un centro di aggregazione ben pensato consente la vicinanza fisica che precede la vicinanza emotiva, offre agli educatori la possibilità di una presenza non giudicante, permette ai ragazzi di sperimentare la fiducia in un adulto che non è né genitore né insegnante.
In Nei sentieri dell’esistere ho provato a mostrare come spazio, tempo e corpo siano intrecciati nei processi formativi: sottrarre uno di questi elementi significa impoverire l’intera esperienza educativa. Un adolescente che non ha un luogo fisico dove incontrare i pari rischia di spostare interamente la propria socialità nello spazio digitale, che pure ha le sue risorse, ma che non restituisce la stessa densità relazionale del corpo presente, del gesto, dello sguardo.
Viviamo in una società dell’incertezza strutturale, dove il lavoro è precario, il futuro incerto, la partecipazione difficile da immaginare. In questo contesto gli spazi di aggregazione non sono un lusso accessorio, sono uno degli strumenti concreti con cui si costruisce resilienza collettiva. E qui il Terzo settore ha già mostrato, spesso in supplenza delle istituzioni pubbliche, una capacità di risposta che merita di essere riconosciuta e sostenuta con continuità, non con progetti a termine che si interrompono proprio quando iniziano a produrre relazioni stabili. Le cooperative sociali e le associazioni che gestiscono questi centri non offrono solo attività: offrono la possibilità della coprogettazione, della riappropriazione degli spazi da parte dei ragazzi stessi, di un protagonismo che restituisce loro un ruolo attivo e non solo di destinatari di servizi.
Penso spesso a quanto Duccio Demetrio ha scritto sulla necessità di luoghi e tempi dedicati alla narrazione di sé, e a quanto Luigina Mortari, con cui ho condiviso una riflessione sulle risorse informali del lavoro sociale, ha insegnato sulla cura come postura che richiede prossimità reale. Nessuna delle due cose è possibile senza un luogo. La cura non si esercita a distanza, la narrazione di sé non fiorisce nel vuoto. Investire negli spazi di aggregazione giovanile significa allora investire nella possibilità stessa che i ragazzi abbiano accesso a queste esperienze fondative. Continuare a rimandare questo investimento, considerandolo secondario rispetto ad altre urgenze, è una scelta che pagheremo, come già stiamo pagando, in termini di solitudine, di sfiducia, di distanza tra le generazioni.
L’articolo scritto per Vita.it





