Neet, in Italia quasi 1,9 milioni di giovani fuori da studio e lavoro: il divario di genere resta tra i più alti d’Europa

Sono 1,17 milioni i giovani tra i 15 e i 29 anni che in Italia non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione (Neet). Il dato sale a 1,87 milioni nella fascia 15-34 anni, confermando come il fenomeno continui a rappresentare una delle principali criticità del mercato del lavoro italiano.

È quanto emerge dalla seconda edizione del Rapporto Dedalo della Fondazione Gi Group, intitolata “Neet, giovani non invisibili: tra cura e rinuncia, una lettura di genere del fenomeno”, realizzata in partnership con l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, in collaborazione con ZeroNeet (programma promosso da Fondazione Cariplo) e Fondazione Compagnia di San Paolo.

Nonostante il tasso di Neet sia sceso al 13,3% tra i 15-29 anni e al 15,6% nella fascia 15-34, con una riduzione di oltre dieci punti percentuali rispetto al 2020 – il calo più consistente registrato nell’Unione europea negli ultimi cinque anni – l’Italia continua a occupare le ultime posizioni in Europa. La media UE è infatti dell’11% e l’obiettivo fissato da Bruxelles è scendere sotto il 9% entro il 2030. Oggi il nostro Paese è il quarto con il tasso più elevato, preceduto soltanto da Romania, Bulgaria e Grecia.

Donne più penalizzate, pesa la maternità

Il rapporto evidenzia come il fenomeno abbia una forte connotazione di genere. Le donne rappresentano il 59% dei Neet tra i 15 e i 34 anni, con un tasso del 19,1%, contro il 12,3% degli uomini. Il divario cresce con l’età e raggiunge i 16,5 punti percentuali nella fascia 30-34 anni, dove il tasso di Neet è pari al 30,3% tra le donne e al 13,8% tra gli uomini.

Tra i principali fattori che incidono sulla permanenza fuori dal mercato del lavoro emerge la maternità. Nella fascia 15-34 anni quasi una madre in coppia su due (49,4%) è Neet, una quota oltre sei volte superiore rispetto ai padri, fermi all’8,3%.

Straniere e Sud Italia le aree più fragili

Particolarmente vulnerabili risultano anche i giovani stranieri. L’Italia registra il tasso di Neet stranieri più alto dell’Unione europea (23,8% contro il 18,5% della media UE), con una situazione ancora più critica per le donne immigrate di prima generazione, che raggiungono un tasso del 50,2%. In quasi tre casi su quattro (74,8%) indicano la cura della famiglia come principale motivo dell’inattività.

Anche il divario territoriale resta marcato. Le percentuali più elevate si registrano nel Mezzogiorno, in particolare in Sicilia (24,7%) e Calabria (24,6%). Se per le donne la principale causa della condizione di Neet è rappresentata dalle responsabilità familiari e di cura (43,8%), per gli uomini prevalgono la disoccupazione (34,5%), l’attesa di una risposta lavorativa (20%) e lo scoraggiamento (11,8%).

Quasi un Neet su tre è nella condizione più grave

Il Rapporto Dedalo introduce anche un nuovo indicatore per misurare la distanza dal mercato del lavoro, articolato in otto livelli di gravità.

I dati mostrano che quasi un Neet su tre (30,8%), pari a circa 578 mila persone, si trova nella condizione più critica: non cerca un impiego, non è disponibile a lavorare e vive questa situazione da oltre un anno. Tra le donne la quota raggiunge il 43,1%, mentre tra gli uomini si ferma al 13,2%

«Il quadro delineato dal rapporto evidenzia come il fenomeno dei Neet non sia soltanto una questione occupazionale, ma anche sociale e demografica – commenta il demografo Alessandro Rosina, coordinatore dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo -. Ridurre il numero dei giovani esclusi da studio, formazione e lavoro richiederà politiche mirate, capaci di intervenire sulle disuguaglianze di genere, sul sostegno alla genitorialità e sul divario territoriale che continua a penalizzare il Sud del Paese».

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