Serena Carta, classe ’85, è una giovane giornalista e blogger per Vita.it (la versione web del magazine dedicato al racconto sociale, al volontariato, alla sostenibilità economica e ambientale e al mondo non profit). E’ curatrice della rubrica “Cervelli di ritorno“, dove racconta storie dei cervelli-in-fuga che hanno fatto ritorno in Italia, ma anche di coloro che hanno deciso di non partire e di chi ha messo in piedi reti e iniziative per offrire ai giovani del proprio territorio la scelta di restare. A lei abbiamo chiesto di commentare i dati dell’indagine su “Giovani e volontariato” realizzata da  Ipsos per conto dell’Istituto G. Toniolo nell’ambito del Rapporto Giovani.

 

“Sono stata molto sorpresa dai risultati dell’indagine, anche perché di persone impegnate nel mondo del volontariato e nella politica ne conosco eccome- ha spiegato Serena Carta- tra chi abitualmente mi circonda, sono probabilmente la maggioranza coloro che, negli anni delle scuole superiori e dell’università, hanno fatto parte di almeno un’associazione di volontariato (anche se, lo riconosco, con il passare degli anni il tempo – e a volte l’interesse – di fare i volontari si è ridotto).

 

Personalmente, sono cresciuta facendo volontariato. E, a pensarci bene, il merito devo darlo a Torino dove ho abitato per la maggior parte della mia vita; una città che, da quando ne ho memoria, offre ai giovani numerose occasioni per fare volontariato civico. Per me, che arrivavo dalla provincia, tutto è iniziato nell’ufficio dell’Informagiovani, nel pieno centro storico della città e punto di riferimento per chiunque volesse darsi da fare. Grazie alle attività proposte dall’Assessorato alle politiche giovanili, ho iniziato a frequentare ragazze e ragazzi di altre scuole e quartieri, ho preso parte ad attività che mai sarebbero state proposte nei curricula scolastici, ho esplorato in lungo e in largo il territorio in cui vivevo. Mi piace pensare che mi sia emancipata, culturalmente e socialmente, grazie al volontariato più che alla scuola. Ma non è cosa da dare per scontata (come appunto dimostra il Rapporto).

 

Bisogna intercettarli, i giovani. Bisogna andarli a incontrare nelle scuole. Bisogna spostarsi, installarsi e manifestarsi nei quartieri periferici perché, per esperienza, se l’Informagiovani sta in centro, è difficile che chi vive fuori lo conosca. Per la pubblica amministrazione, promuovere il volontariato, soprattutto civico, dovrebbe equivalere a investire nell’educazione e nella sensibilizzazione dei cittadini di domani. Per quel che mi riguarda, è grazie alle tante esperienze formative nell’associazionismo torinese e italiano che ho maturato un forte attaccamento e una forte responsabilità nei confronti di questo Paese. Il coinvolgimento, libero e gratuito, in un’associazione non solo ti fa sentire parte di una realtà che conta su di te, ma ti responsabilizza di fronte al bene comune e ti permette di incontrare persone con cui spartire sogni e interessi.

 

Il volontariato, soprattutto se vissuto negli anni della giovinezza, permette di sperimentare una forma di cittadinanza attiva, onesta e responsabile che – soprattutto nel nostro Paese – non può che rappresentare una ricchezza e una speranza per il futuro di tutti noi.